sabato, 14 marzo 2009

Ahmadinejad attacca il capitalismo Usa

da "Rinascita" di Giovedì 12 Marzo 2009

– di Ferdinando Calda

Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad si scaglia contro l’ “ingiusto e irresponsabile” capitalismo Usa e invoca un “nuovo ordine basato sui valori e la giustizia umana”. Aprendo ieri a Teheran i lavori di un vertice di dieci Paesi dell’Asia centrale, Ahmadinejad ha sottolineato il “fallimento totale” dell’economia del libero mercato, evidenziato dall’attuale crisi globale. “Il mondo sta vivendo grandi cambiamenti - ha detto il leader iraniano – perché, dopo la caduta delle economie socialiste, ora assistiamo alla caduta delle economie capitaliste”.
All’incontro dell’Organizzazione per la cooperazione economica (Eco), fondata nel 1985 da Iran, Pakistan e Turchia, partecipano, oltre al presidente iraniano, i suoi omologhi dell’Afgha nistan, Hamid Karzai, del Pakistan, Asif Ali Zardari, e della Turchia, Abdullah Gul. Sono presenti ai lavori anche i presidenti delle repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale: Azerbaigian, Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan, Tagikistan e Turkmenistan. L’obiettivo dichiarato del vertice è quello di rinsaldare i legami economici per far fronte alla crisi economica.
“La minaccia di un ordine internazionale ingiusto – ha detto Ahmadinejad – deve essere trasformata in una situazione economica sicura per i nostri Paesi”. Secondo il presidente iraniano, “l’ordine economico è ingiusto e irresponsabile”, in quanto “le nazioni del mondo devono pagare il prezzo di politiche inefficaci di alcuni Paesi”, in particolare Stati Uniti e “alcuni loro alleati”. Ahmadinejad ha anche auspicato la creazione di una Banca comune per lo Sviluppo e la rimozione delle barriere tariffarie, per sviluppare gli s cambi tra i membri dell’Eco.
Dal punto di vista politico, i Paesi dell’Organizzazione per la cooperazione economica sono molto differenti tra loro, in particolare per quanto riguarda i loro rapporti con gli Stati Uniti. Se, infatti, l’Iran è considerato da 30 anni uno dei principali nemici degli Usa, la Turchia è addirittura un membro della Nato e può vantare una lunga amicizia con Washington. Anche i presidenti delle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale hanno stretti legami con gli Stati Uniti, per non parlare del leader afgano Hamid Karzai, che si trova al potere proprio grazie all’esercito a stelle e strisce. Tuttavia le nazioni dell’Eco sono unite anche da importanti interessi economici e devono affrontare problemi comuni che rischiano di minare la sicurezza di ciascuno. Primo fra tutti il traffico di droga proveniente dall’Afghanistan “liberato”, che viaggia verso l’Europa attraversan do l’Iran e alcune delle ex Repubbliche sovietiche.

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sabato, 14 marzo 2009

Evola visto da Sinistra

tratto da Aleksander Dughin "Julius Evola e il tradizionalismo russo"

http://www.centrostudilaruna.it/evoladugin.html

4. Evola visto da Sinistra
 In Evola vi è un altro aspetto molto interessante che si manifesta nella prime e nelle ultime tappe della sua vita. Lo si qualifica a volte come “anarchismo di destra” che è evidente nelle sue opere artistiche di gioventù e soprattutto in “Cavalcare la tigre”. Contemporaneamente la sua posizione antiborghese coerente e permanente lo isola considerevolmente dalla Destra convenzionale occidentale. D’altra parte anche in seno alla Tradizione egli fu sempre attratto dai domini poco consueti che rientrano più o meno nella prospettiva della Via della Mano Sinistra. Indubbiamente, nell’insieme dei suoi scritti è molto saliente ciò che si potrebbe tentare di chiamare la “sinistra” del messaggio evoliano. L’anticonformismo totale verso la realtà moderna occidentale, la contestazione radicale dei valori borghesi avvicinano Evola a certe branche della sinistra. Questo fenomeno non è la manifestazione della sua natura personale. Vi è qui un lato sintomatico estremamente importante. La Rivolta evoliana contro il mondo moderno possiede degli aspetti distruttivi come ogni rivolta, d’altronde. Il suo radicalismo intransigente lo spinge alla rottura con il conservatore abituale che difende per inerzia i valori di ieri contro i valori di oggi. Per Evola lo “ieri” non del tutto ideale. Il suo orientamento va molto più lontano, verso il mito primordiale, verso l’Iperborea perduta, verso la Trascendenza, verso l’Eterno Presente. Questa ricerca dell’assoluto qui e ora obbliga a superare i limiti convenzionali e anche a sgretolare le forme secondarie della Tradizione adattate al kali-yuga. Evola non accetta una parte del Sacro, lo vuole Tutto, immediatamente. Questa Rivolta gli fa prendere posizioni “anarchiche”, contestare la legittimità delle forme tradizionali svuotate di ogni vita. E’ d’altronde la posizione autentica dell’adepto dei Tantra, quella che egli spiega perfettamente ne “Lo Yoga della Potenza”. Ma paradossalmente la stessa antinomia è propria alla corrente della sinistra radicale e la fenomenologia esistenziale ed estetica delle due rivolte, per quanto differenti, le unisce in un certo caso quasi perfettamente. La rivoluzione, la guerra, la crisi, il ribaltamento sociale provocano sempre un trauma profondo che necessariamente obbliga l’essere umano a incontrare la realtà ontologica profonda che supera i cliché profani della vita “normale”. Ernst Juenger, al quale Evola si interessò molto, sviluppò nei suoi romanzi e scritti politici questo problema del reincontro dell’uomo moderno, profondamente alieno, con la realtà superiore nella situazioni di crisi estrema. D’altronde, Evola attraversò egli stesso dei periodi di crisi personale al limite del suicidio. Dunque la sete dell’assoluto è in logico rapporto con le esperienze “negative” e talvolta anche “antinomiche”. Queste considerazioni spiegano anche l’interesse di Evola per certi personaggi giudicati dagli altri tradizionalisti (Guénon, Burkhardt, etc.) nettamente “contro-iniziatici” - Alister Crowley, Giuliano Kremmerz, Gustav Meyrink etc. A sinistra, soprattutto all’estrema sinistra, si ritrova facilmente il medesimo complesso, la stessa passione, la stessa esaltazione dell’esperienza traumatica e nello stesso tempo lo stesso ifiuto del conformismo, la stessa avversione viscerale in rapporto alle norme e alle convenzioni, la stessa rivolta contro l’abituale. D’altra parte, la cultura ideologica della “sinistra rivoluzionaria” non è priva di accostamenti esoterici che a volte sono gli stessi come nel caso dei tradizionalisti e della “rivoluzione conservatrice“. Citiamo a titolo di esempio Theodore Reusse, attivista di sinistra e iniziatore alla massoneria dello stesso Guénon! Il lato “sinistro” di Evola richiama il paradosso politico della Russia attuale dove i neocomunisti, antiliberali fanno fronte comune con i conservatori russo-ortodossi. Cosa che si può anche pensare di certi aspetti del bolscevismo russo storico in cui si sono sviluppate per vie eterodosse e contraddittorie le tendenze profonde della sacralità russo-ortodossa - l’avversione per il mondo occidentale borghese, la ricerca del Regnum, i fattori escatologici, l’esperienza diretta, rivoluzionaria e immediata della Verità. Più ancora, vi erano all’alba della corrente comunista russa accostamenti esoterici estremamente curiosi con i rappresentanti delle correnti spirituali locali ed europee. Si può dire che tra Evola e la Russia esistono non solo le corrispondenze a livello di corrente ideologica “conservatrice”, “di destra”, ma anche certi lati della “sinistra” russa, nella sua dimensione profonda e paradossale, possono essere comparati con gli scritti di Evola e anche chiariti grazie al suo metodo di ricerca della struttura dei fenomeni traumatici. Il fatto stesso che il comunismo abbia vinto nel paese più conservatore e più tradizionalista d’Europa ci obbliga a rivedere gli schemi abituali conservatori a proposito della natura profana e moderna del comunismo, come tappa avanzata della degrado dell’attuale civiltà. D’altronde, le previsioni dei conservatori e contro-rivoluzionari (come Léon de Poncin) concernenti la necessità della vittoria della quarta casta proletaria in tutto il pianeta sono smentite dal trionfo attuale della civiltà borghese (presunta terza casta) nella Russia postsovietica. Lo stesso Evola commise il medesimo errore accettando la posizione radicalmente antisocialista e anticomunista, propria dei conservatori reazionari con i quali, a livello metafisico, egli era in pieno disaccordo, dovuto alla differenza profonda tra la Via della Mano Sinistra che gli era propria e la Via della Mano Destra che (a volte) indirettamente e parzialmente ispira i conservatori convenzionali. In altri termini la “sinistra metafisica” in Evola non ha potuto trovare la manifestazione dottrinale coerente a livello politico e il lato “anarchico” ed “esoterico” restano in qualche modo sovrapposti assai contraddittoriamente alla sua fedeltà alla “reazione” politica. Lo stesso equivoco esiste nelle sue relazioni col fascismo e col nazional-socialismo dove egli criticava l’aspetto politico di sinistra e contemporaneamente tentava di rafforzare l’aspetto “metafisico di sinistra” (insistendo ad esempio sul paganesimo contro le relazioni con il Vaticano). La storia politica degli anni 80-90 mostra che il comunismo non era l’ultima forma di decadenza della caste. Dunque Evola aveva torto nel predire la vittoria dei sovietici e di conseguenza di prendere la posizione radicalmente anticomunista e di non riconoscere il lato paradossale e in qualche modo tradizionale della Rivoluzione. Malgrado il suo interesse particolare per “L’Operaio” di Junger, Evola ha falsamente identificato, seguendo la logica della Destra non rivoluzionaria, le caste tradizionali con le classi della civiltà occidentale. A questo proposito, si può richiamare l’avvertimento estremamente importante di George Dumezil riguardante il fatto che nella società tradizionale indoeuropea, dunque ariana, i lavoratori appartengono alla terza casta e non alla quarta. Oltre a ciò, i mercanti, (cioè i proto-capitalisti) non appartengono del tutto al sistema delle caste in tale società e tutte le funzioni di distribuzione dei beni e del denaro sono stati appannaggio dei guerrieri, degli kshatryas. Ciò significa che la classe dei mercanti non corrisponde assolutamente alla struttura della società ariana ed è storicamente sovrapposta ad essa con la mescolanza culturale e razziale. Dunque la lotta antiborghese dei socialisti possiede implicitamente la dimensione tradizionale e indoeuropea, cosa che spiega perfettamente le tendenze “antigiudaiche” (addirittura antisemite) di un gran numero di teorici socialisti a partire da Fourrier, Marx e fino a Stalin. Questa considerazione mostra la giustificazione dell’elemento socialista (e pure nazional-comunista) nelle correnti della Rivoluzione Conservatrice - specialmente in Spengler, Sombart, van den Bruck, Junger e fino a Niekisch. E’ fuori di dubbio che con questo ambiente tedesco d’anteguerra Evola aveva ottime relazioni intellettuali, cosa che ahimè, non lo ha aiutato a sfumare le sue posizioni e a rettificare le sue vie dottrinali e tradizionaliste. Questa contraddizione in Evola è notevole se si confrontano “Orientamenti” e “Gli Uomini e le Rovine” da un lato, e “Cavalcare la Tigre” dall’altro. “Evola di sinistra” non è ancora scoperto e riconosciuto. Ma ancora una volta - la Russia e la sua storia conservatrice e rivoluzionaria, paradossale e rivelatrice, antica e moderna ci aiuta a comprendere Evola nelle sue idee esplicite e soprattutto il senso implicito del suo messaggio che rimane da scoprire e assimilare. Non solamente in Russia, ma in questo ultimo aspetto anche in Occidente.

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venerdì, 20 febbraio 2009

Coree: Pyongyang pronta a guerra

 (ANSA) - SEUL, 19 FEB - La Corea del Nord ha lanciato una nuova, pesante invettiva nei confronti del Sud, minacciando di essere 'pronta alla guerra'. L'affondo arriva a poche ore dalla visita a Seul del segretario di Stato americano Hillary Clinton, mentre sale la tensione per i presunti preparativi di un lancio missilistico nordcoreano. In merito la Clinton ha lanciato un chiaro monito al regime comunista: il lancio 'non sarebbe di alcun aiuto' per la normalizzazione dei rapporti con gli Usa.

 

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venerdì, 20 febbraio 2009

Segnalazione libraria:

Israel Adam Shamir:

Per il sangue che avete sparso

(trad. di Mauro Manno)
prefazione di Serge Thion


Edizioni all’insegna del Veltro
Parma 2009, € 15,00


Shamir fa strame dell'argomento "olocaustico", da lui respinto come un ricatto puro e semplice: "Dobbiamo negare il concetto di Olocausto senza dubbi ed esitazioni, anche se tutte le storie dell'Olocausto, fino alla versione più assurda, quella di Wiesel, fossero assolutamente vere. Ne consegue che le discussioni tecniche sulla mortalità ebraica sono perfettamente legittime ma superflue, come superflua è per un ateo la diatriba se una balena abbia potuto o meno ingoiare Giona".


Quella di Shamir non è una battaglia per la verità storica. Quello che egli rifiuta è la posizione di (pseudo)superiorità morale che in tal modo gli ebrei del mondo intero si attribuiscono. Lo si vede bene in questi giorni, quando si spandono dappertutto gli slanci di solidarietà delle comunità ebraiche verso una politica di massacro dei civili, delle donne e dei bambini che nessun altro al mondo approverebbe.

Tutti i codici penali dicono che la complicità col crimine è un crimine. Fanno eccezione gli autoproclamati dirigenti ebraici. Essi hanno costruito una fortezza morale che li protegge, ma isolandoli. Shamir la vuole smantellare. Ecco perché egli è solo, del tutto sconosciuto in Israele, vagamente denunciato come "antisemita" all'estero, come lo è ogni persona normale che non accetta la glorificazione dei crimini contro l'umanità, commessi sotto i nostri occhi ogni giorno che passa, dal 1936... (…)

La presente raccolta si conclude con un testo che analizza le relazioni instauratesi nella nostra epoca tra il giudaismo organizzato - spesso in forma di sionismo - e le grandi potenze. E' un vastissimo dominio, nel quale Shamir è molto attivo. Egli ha pubblicato numerosi articoli su questo tema. Qui egli si occupa della Dichiarazione Balfour, degli Stati Uniti, del tabù del "potere ebraico", di Stalin e, argomento più originale, del modo in cui gli ebrei americani hanno approfittato del fatto di essersi messi più o meno alla testa del movimento d'emancipazione dei negri americani. Qui c'è qualcosa da scavare, tanto più che il periodo inaugurato dalla presidenza di Obama avrà proprio tale questione come immagine di sfondo.

(Dalla Prefazione di Serge Thion)


L'Autore
: Israel Shamir, diventato Adam Shamir dopo la sua recente conversione all’Ortodossia (cristiana, ndr), è nato nel 1947 a Novosibirsk, in Siberia. Espulso nel 1969 dall’università per attività sovversiva, ha lasciato l’URSS e si è stabilito nella Palestina occupata dai sionisti. Girando per il territorio palestinese in qualità di corrispondente del giornale “Ha’aretz”, ha scoperto l’assurdità del progetto di uno stato ebraico; attraverso un’intensa attività letteraria e giornalistica, ha denunciato i crimini sionisti e si è fatto sostenitore di un unico Stato palestinese tra il Giordano e il Mediterraneo, nel quale possano rientrare i Palestinesi scacciati dalle loro case ed espropriati della loro patria. Nel 2002 suo figlio è stato arrestato, deportato ed espulso per aver rifornito di cibo e medicine i Palestinesi assediati nella Basilica della Natività.


per ordini, inviare la richiesta al seguente indirizzo:

insegnadelveltro1@tin.it

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venerdì, 20 febbraio 2009

La soluzione dello stato unico

di Muammar Gheddafi


Il livello scioccante dell’ultima ondata di violenza israelo-palestinese, che si è conclusa con il cessate il fuoco di questo fine settimana, ci ricorda perché una risoluzione finale alla cosiddetta crisi del Medio Oriente è così importante. È non solo vitale rompere questo ciclo di distruzione ed ingiustizia, ma anche negare agli estremisti religiosi della regione, che alimentano il conflitto, una giustificazione per fare avanzare la propria causa. Ma dappertutto si osserva, fra i discorsi e la diplomazia disperata, non v’è un modo reale di andare avanti.

Una pace giusta e durevole fra Israele ed i Palestinesi è possibile, ma si trova nella storia dei popoli di questa terra contrastata e non nella retorica stanca della divisione e della soluzione dei due stati. Anche se è difficile capire, dopo gli orrori di cui appena siamo stati testimoni, la condizione di guerra fra gli ebrei ed i Palestinesi non è esistita sempre. Infatti, molte fratture fra gli ebrei e Palestinesi sono recenti. Il nome stesso di “Palestina” era comunemente usato per descrivere l'intera zona, anche dagli ebrei che hanno vissuto là, fino al 1948, quando il nome “Israele” entrò in uso.

Gli ebrei ed i musulmani sono cugini discesi da Abramo. Per secoli, entrambi hanno affrontato una crudele persecuzione, e spesso trovavano rifugio gli dagli altri. Gli arabi hanno aiutato gli ebrei e li hanno protetti dopo il maltrattamento per mano dei Romani e la loro espulsione dalla Spagna, nel Medio Evo.

La storia d'Israele/Palestina non è notevole per gli standard regionali - un paese abitato da popoli differenti, con il dominio che passa fra molti tribù, nazioni e gruppi etnici; un paese che ha sostenuto molte guerre ed ondate di popoli da tutte le direzioni. Ecco perché è così complicato, quando i membri dell’uno o dell’altro partito, rivendicano il diritto d’asserire che è la loro terra.

La base per lo stato d'Israele moderno è la persecuzione del popolo ebraico, che è innegabile. Gli ebrei sono stati imprigionati, massacrato, sfavoriti in ogni modo possibile dagli Egiziani, dai Romani, dagli Inglesi, dai Russi, dai Babilonesi, dai Cananiti e, recentemente, dai tedeschi sotto Hitler. Il popolo ebraico vuole e merita la sua patria. Ma anche i Palestinesi hanno una storia di persecuzioni ed osservano le città costiere di Haifa, Accra, Jaffa ed altre come la terra dei loro antenati, passata di generazione in generazione, fino solo a poco tempo fa.

Così i Palestinesi credono che ciò che ora è chiamato Israele faccia parte della loro nazione, persino quando si stabilirono nella West Bank e a Gaza. E gli ebrei credono che la West Bank sia la Samaria e Giudea, parte della loro patria, anche se uno stato palestinese viene stabilito ivi.

Adesso, mentre Gaza brucia ancora, senza infiammare, le richieste per due stati o la partizione come soluzioni, persistono. Ma nulla funzionerà. La soluzione dei due stati genererà una minaccia inaccettabile alla sicurezza d'Israele. Uno stato arabo armato, presumibilmente nella West Bank, darà ad Israele meno di 10 miglia di profondità strategica nel suo punto più stretto. Inoltre, uno stato palestinese nella West Bank e nella striscia di Gaza, farebbero poco per risolvere il problema dei rifugiati. Qualsiasi situazione che mantenga la maggior parte dei rifugiati Palestinesi negli accampamenti e non offra una soluzione all'interno dei confini storici d'Israele/Palestina, è affatto una soluzione. Per gli stessi motivi, l’idea più vecchia della partizione della West Bank Riva in zone ebraiche ed arabe, con delle zone cuscinetto fra loro, non funzionerà. Le zone Palestinesi non potrebbero ospitare tutti i rifugiati e le zone cuscinetto simbolizzano l'esclusione ed allevano le tensioni. Israeliani e Palestinesi, inoltre, sono sempre più interdipendenti, sia economicamente che politicamente.

In termini assoluti, i due movimenti devono rimanere in una guerra perpetua o un compromesso deve essere raggiunto. Il compromesso è uno stato per tutti: una “Isratina” che permetterebbe ai popoli di qualsiasi parte, di vivere ovunque ritenga, nella terra disputata e di non essere privati di una qualsiasi parte di essa.

Un requisito chiave preliminare per la pace è il diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi, nelle case delle loro famiglie lasciate nel 1948. È un'ingiustizia che gli ebrei, che non erano gli abitanti originari della Palestina, né lo erano i loro antenati, possano muoversi da e per l'estero, mentre ai Palestinesi, che sono stati scacciati in un periodo passato relativamente breve, non debba essere consentito ciò.

È un fatto che i Palestinesi hanno abitato questa terra e vi hanno posseduto aziende agricole e case fino a poco tempo fa, fuggendo nel timore della violenza per mano degli ebrei, dopo il 1948 - violenza che non è accaduta, ma le cui voci ha provocato un esodo totale. È importante notare che gli ebrei non hanno espulso con forza i Palestinesi. “Non sono mai stati i non-benvenuti.”

Tuttavia, soltanto tutto il territorio dell’Isratina può accogliere tutti i rifugiati e determinare la giustizia quale chiave per la pace. L'assimilazione è già un fatto della vita d'Israele. Ci sono più di un milione di arabi musulmani in Israele; possiedono la nazionalità israeliana e partecipano alla vita politica con gli ebrei, formando dei partiti politici. Dall'altro lato, ci sono insediamenti israeliani nella West Bank. Le fabbriche israeliane dipendono dai lavoratori Palestinesi e beni e servizi vengono scambiati. Questa riuscita assimilazione può essere un modello per l’Isratina.

Se l'interdipendenza attuale ed il fatto storico della coesistenza Ebraico-Palestinese guidano i loro capi e se potranno vedere oltre l'orizzonte della recente violenza e della sete di vendetta, verso una soluzione a lungo termine; questi due popoli giungeranno a comprendere, spero al più presto, invece che tardi, che vivere sotto un tetto sia l'unica opzione per una pace durevole.

New York Times, http://www.nytimes.com/2009/01/22/opinion/22qaddafi.html 22 gennaio 2009

Traduzione di Alessandro Lattanzio
http://www.aurora03.da.ru/
http://sitoaurora.altervista.org/
http://sitoaurora.narod.ru/
http://xoomer.virgilio.it/aurorafile

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martedì, 27 gennaio 2009

...Il Giorno della Memoria...

Postato da Combat su Politicaonline

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martedì, 27 gennaio 2009

...Il 27...

"...Vi annuncio che al mio prossimo processo, di cui non conosco ancora la data, dichiarerò questo ai miei tre giudici della XVIIa camera del tribunale correzionale di Parigi (2 e 4, Boulevard du Palais, 75001 Parigi): « Chiunque si autorizza ad affermare che le pretese camere a gas naziste ed il preteso genocidio degli ebrei siano state una realtà storica si trova, che lo voglia o meno, a dare il proprio avallo ed una spaventosa menzogna che è diventata l’arma numero uno della propaganda di guerra dello Stato d’Israele, uno stato colonialista, razzista ed imperialista. Chi ha la disinvoltura di garantire il mito de l’Olocausto si osservi le mani! Le sue mani sono rosse del sangue dei bambini palestinesi!»..."

Robert Faurisson

Intervista al giornale Echorouk

http://www.echoroukonline.com/ara/interviews/10166.html

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lunedì, 26 gennaio 2009

Obama e le verità indicibili

di Giulietto Chiesa

Fonte: megachip


Chi l’ha detto mi trova concorde: i presidenti si giudicano per quello che fanno, non per quello che promettono. In realtà varrebbe non solo per i presidenti, ma per tutti. Sicuramente vale dunque anche per Barack Hussein Obama, il quale sappiamo già che passerà alla storia per la assoluta peculiarità che ha accompagnato la sua elezione, a prescindere da quello che farà o non farà, e anche dal fatto se lo farà bene o male.
Passerà alla storia come la più fantastica operazione di marketing presidenziale che mai sia stata anche soltanto immaginata.
Quando ero giovanissimo ricordo di avere letto un libro, in cui si spiegava che un presidente americano, già allora, era un fenomeno di mercato, in tutti i sensi. L’autore era un americano, Joe McGinnis. Il titolo, “C ome si vende un presidente”, era da intendersi nel senso “buono”, appunto, di come un presidente sia equiparabile a una grossa saponetta, non nel senso, cattivo, di un presidente che vende se stesso al migliore offerente.
Nel caso di Obama, trascorsi alcuni decenni, abbiamo però superato ogni precedente asticella. Gli altri, i predecessori, venivano ‘“venduti” tutti con gli stessi sistemi. Questo nostro si trova in una situazione inedita per un presidente americano: di un paese in preda a una crisi profonda. Tanto profonda che, al momento, nessuno è ancora in grado di guardare in fondo alla voragine.
Per la qual cosa eleggere un presidente, nel 2008, non poteva più significare soltanto vendere una saponetta. Le menti che questa volta hanno costruito la “merce” avevano di fronte a sé il compito di “rivendere l’America” tutta intera. E non era neppure questione di ricostruire il suo maquillage, di farle un lifting radicale. Era questione di rilanciare il “sogno americano” in tutta la sua hollywoodiana magnificenza. E di farlo nel momento peggiore, quello in cui tutte le “mission accomplished” si rivelavano niente affatto “accomplished”. Ho letto in questi mesi di attesa dell’entrata in carica, decine di commenti, variegati ma accomunati da un mantra: ecco, vedete, l’America in crisi riesce a scuotersi, si rialza, si rilancia, dimostra che non c’è alcun declino, che si tratta solo di una parentesi infausta, provocata dal disastro del suo predecessore.  Ecco, dovessi dire, questo è l’unico segno che dimostra la vera grandezza dell’Impero: la sua capacità di gestire la propria immagine. Geniale la campagna elettorale che ha messo in lizza una donna (sarebbe stata la prima in assoluto nella storia americana) e un nero (altro primato assoluto, roba da Guinness). Prima ancora di finire la campagna gli ideatori di questa operazione avevano già ottenuto il 50% del successo, fornendo una nuova versione dell’America ad uso e consumo del mondo intero. Una classica situazione che proprio gli americani hanno icasticamente definito come “win-win”. Cioè una situazione in cui non puoi perdere, puoi solo vincere, alla grande o alla Guinness.
Poi, cammin facendo, il senso comune degli americani (chi ha detto che i popoli non esistono e sono soltanto astrazioni? Io sto con Elias Canetti, che credeva nell’anima della massa) ha capito che non si poteva rilanciare l’idea di un nuovo Impero se non con un cambio d’immagine totale. E ha fatto vincere il nero.
Fine del razzismo? Macché. Certo questa cosa c’è nella vittoria di Obama, ma io credo che l’America ha scelto colui che meglio di ogni altro le avrebbe dato la possibilità di dimostrare il suo dinamismo, di rilanciare l a sua supremazia mondiale, cioè il suo - direbbero i francesi - train de vie.
Come continuare a fare shopping? A non pagare le tasse? A poter dettare al resto del mondo le proprie scelte come se fossero quelle di tutti? No, non intendo filosofare. So bene che questi non sono gli obiettivi dell’americano medio. È chiaro che queste sono le idee dell’élite di quella società, di quella che ha il potere da sempre. Ma la sua forza è sempre consistita - come ha spiegato magistralmente Michael Moore - nel tenere la carota del sogno americano così vicina al naso del vero americano medio da fargliene sentire l’odore. E cioè dal convincerlo che poteva mangiarsela, con un po’ di fortuna, anche domani.
Il problema viene adesso, quando Obama sarà costretto ad allontanare di qualche centimetro la carota. E il vero punto interrogativo si sposterà alla fine di quest’altra domanda: lo farà d icendo la verità, almeno “qualche” verità, oppure dovrà farlo con brutalità, senza dire come stanno le cose?
Ma su questo punto, se il lettore permette, tornerò tra poco. Adesso vorrei parlare di noi, sudditi dell’Impero che sarà guidato da Obama. Siamo estasiati da questo sfavillio di novità, di energia. Ho una cara amica che non fa che ripetermi una cosa che non posso trascurare: mi invita a riflettere che le cose che Obama dice non può avergliele scritte nessuno, perché sono troppo intelligenti. E che certi vocaboli, certe idee, o le hai in testa, oppure non ti vengono fuori neanche se avessi i migliori dieci speech writers del mondo.
E poi io ho visto con i miei occhi emergere un altro “mutante” in un altro paese in crisi epocale, assai vicina, per profondità a quella dell’America di oggi. Nessuno avrebbe mai immaginato che potesse scaturire, quel “mutante&rd quo;, da quelle condizioni. Eppure comparve e produsse, o forse semplicemente interpretò ciò che stava per accadere. Era Gorbaciov, che usciva dalle viscere dell’apparato più chiuso e refrattario alla novità, portando una ventata di cambiamenti che non ha ancora smesso di scuotere il pianeta. Sappiamo che andò male, ma questo è un altro discorso.
Il fatto è che avvenne. E se avvenne allora, perché non potrebbe avvenire di nuovo? Quindi mantengo una riserva positiva: per lui. Un credito di fiducia: non si sa mai.
Barack_GorbachevQuello di cui diffido di più sono i suoi esaltatori nostrani. Quelli che tutto andava bene anche con Bush Junior, e che adesso si sono iscritti in fretta nella squadra di Obama. Quelli che, quando osavi dire che c’era qualche cosa di insano in quella mano nascosta del mercato che menava fendenti da cui schizzava sangue e dolore per miliardi di diseredati, ti bollavano come i ngrato, quando non come nemico dell’Occidente.
“Quelli che”, avrebbe detto Giorgio Gaber, perché sarebbero stati bene nel suo elenco di allora, anni ’60. Che erano pronti a vendere l’Europa per comprarsi l’America, visto che tutta la novità veniva di là, visto che noi eravamo vecchi e loro erano Silicon Valley, visto che noi avevamo la pensione e loro invece mettevano in campo i fondi pensione, che a dispetto della somiglianza terminologica, con le pensioni poco o nulla avevano in comune, tant’è vero che chi ci aveva creduto la pensione non la vedrà più.
Che bello sognare la carota altrui! Ecco, di questi non mi fido.
E allora torno al nero Obama e alla voragine su cui è affacciato. So che da come guarderà là dentro dipenderà non solo il nostro benessere ma perfino la nostra vita, sicuramente quella dei nostri figli. So che se sbaglia lui, e quelle trenta per sone che gli stanno intorno, saranno guai per tutti.
So che, per non sbagliare, dovrà dire agli americani - a quelli che l’american way of life, quello che ha conquistato il mondo, se lo sono goduto - che è finito.
Che l’America è arrivata al capolinea, come tutti noi ricchi, si fa per dire, ma ricchi rispetto agli altri, che ricchi non sono mai stati. Che una “ripresa economica”, se ci sarà, sarà di breve durata e poi si andrà di sotto di nuovo, come accade a quelli che non sanno nuotare e che ogni tanto riescono comunque a riemergere per prendere una boccata d’aria. Perché tutto il modello di crescita esponenziale nel quale siamo vissuti per un secolo e mezzo non è più perseguibile, non è nemmeno più realizzabile, perché le risorse non ci sono più. Dovrebbe dire ai suoi concittadini che la festa è finita, anzi che non era nemmeno una festa ma un simulacro di festa. Era immagine, come è l’immagine quella che lo ha portato al potere per salvare quell’altra immagine che l’ha preceduta. E noi dovremmo pensare, ora, che da un miraggio, che ci ha tratto in inganno, possa emergere una realtà che ci consoli da quell’inganno nel quale abbiamo creduto, costasse - agli altri- quello che doveva costare?
Io so che Obama non potrà dire la verità, e non la dirà. Nemmeno se avesse visto fino in fondo alla voragine. Dovrebbe dirci, crudamente, una cosa che molti non potrebbero neppure capire, non dico condividere: che una crescita indefinita in un sistema finito di risorse non è materialmente possibile. E noi, insieme agli americani, ci troviamo, guarda caso, proprio all’interno di un sistema finito di risorse, dopo avere prodotto una crescita talmente infinita da rompere perfino quel sistema. Stiamo vivendo con gli spiccioli di natura che non abbiamo ancora mangiato e bevuto e ancora pensiamo che possano durare all’infinito. In questo guidati da quella “scienza sciocca” che è l’economia, la quale non ha saputo distinguere il denaro (che abbiamo inventato noi e che non ha limiti) dalla materia, che non abbiamo inventato noi e che è inesorabilmente limitata.
Il disastro viene da qui. E Obama, anche se fosse un “mutante”, non ha i freni per fermarlo.

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lunedì, 26 gennaio 2009

Immigrazione islamica e gli olivi italioti

di Maurizio Blondet  

 Un lettore scrive a Blondet:

«Carissimo direttore,
sono un suo grandissimo fan, ho parlato di lei a tantissimi amici che ignoravano il suo bellissimo e utilissimo giornale, ho anche fatto tantissime fotocopie di suoi articoli per me e per altri. Non sto scherzando, sono stato sempre d’accordo con il suo pensiero, perfino quando era palesemente non politically correct, come quando lei definì gli zingari dei pidocchi; sempre d’accordo con lei al punto che spesso i suoi scritti mi hanno procurato letteralmente orgasmi mentali, ho goduto e spero di goderne ancora. Però devo confessarle che le sue risposte alle missive di tanti suoi fan, comprese due mie amiche, non d’accordo col suo antionismo-filopalestinese-islamico [in una mi ha dato del becero idiota nonchè nazista talmudico] non mi sono affatto piaciute; sono rimasto molto deluso e perplesso. Sinceramente non me l’aspettavo da uno come lei, mi ero illuso di trovare in EFFEDIEFFE la casa di tutti gli europei cristiani e ‘bianchi’ e in lei l’ultimo grande europeo.
E invece mi sono sbagliato; chiaramente non posso pretendere che lei cambi il suo - per me autorevolissimo - punto di vista, ma la voglio pregare di rispondere, in futuro, meno sprezzantemente e meno laconicamente, avendo la cortesia di spiegarci il perchè della assurdità delle tesi di noi antisemiti sionisti. Insomma ci faccia capire: noi la leggiamo per imparare, per capire la verità e non per farci zittire. Ci risponda più esaurientemente, anche se scriviamo idiozie, la prego faccia questo sacrificio... Forse mi sbaglio ma penso che la maggioranza dei suoi lettori sia, sì, antigiudaica ma non del tutto antisionista, o meglio, non filoislamica. Forse mi sbaglio, ma la maggioranza dei suoi lettori è nazional-cristiana, insofferente a Sion ma anche all’Islam, è per una Europa unita, ma sotto la croce cristiana, è per una Europa solidale col terzo mondo ma non disposta a farsi islamizzare e invadere da altre razze, con cui bisogna dialogare, collaborare ma non necessariamente ‘mescolarsi’. Ci abbiamo messo 2000 anni per arrivare ad un minimo di civiltà e non siamo affatto disposti a ritornare indietro. Qualsiasi risposta mi darà saro felice e chiaramente la seguirò sempre.
Con stima e affetto
Alfredo Briganti»

Al lettore ed ai lettori, sottolineo, per l’ennesima volta, alcuni punti:

1) Il problema dell’immigrazione islamica e quello dell’eccidio di palestinesi a Gaza vanno tenuti mentalmente distinti, perchè non hanno alcuna relazione  tra loro. Anche i palestinesi, anche gli islamici, sono esseri umani, ed è proprio dell’Europa cristiana (quando lo era, non serva del talmudismo aggressivo) riconoscere la loro dignità e i loro diritti di uomini.

2) Chi non sopporta gli immigrati islamici [ma nemmeno romeni nostri fratelli storici e alleati nella guerra europea, nè filippini, nè Sikh, nè albanesi che non siamo capaci di integrare, nè pakistani, più intelligenti e istruiti di noi] dovrebbe dirci come risolvere il problema: votando Lega? Applaudire alle stragi israeliane?

Non mi pare che ciò avvicini la soluzione.

Provocarli, come fanno i Calderoli, i Maroni e i Borghezio? Vietare loro di pregare?

Stanno facilitandoci le relazioni con quella gente di diversa cultura, non c’è che dire!

3) Perchè, mi spiace disilluderla, non c’è soluzione altra che la convivenza. Gli immigrati non spariranno, anzi aumenteranno, qualunque cosa si faccia (in realtà, non si fa niente).

Il problema andava affrontato molto prima, magari  facendo molti più figli italiani: il vuoto demografico italiano rende inevitabile l’immigrazione, anzi diventeremo minoranza nel  nostro Paese.

Ringrazi le normative sociali anti-famiglia, e l’aborto legale, che ammazza oltre 250 mila nuovi italiani l’anno, da decenni.

Gli stessi padroncini del Nord-Est, che votano Lega e sono anti-islamici, assumono per primi gli immigrati, anche perchè li pagano meno e in nero: tipico comportamento «inautentico», italiota e furbesco.

Nel Sud, poi, il fenomeno è dilagante: fancazzisti con lauree facili non fanno i lavori manuali, e li fanno fare agli immigrati, mentre loro aspettano di essere assunti nel pubblico impiego.

Forse l’immigrazione può essere rallentata, o persino rovesciata, da una crisi economica gravissima, che ci costringa tutti a tornare ai campi e a fare i manovali. Non so se augurarmelo, anche se ce lo meriteremmo.

4) Nessuno è obbligato a «mescolarsi» con gli immigrati. I musulmani (e albanesi, romeni, zingari, sikh) dovrebbero essere trattati secondo le leggi, e obbligati ad obbedire alle leggi cui noi obbediamo, come italiani.

Ma ci pensi un momento: gli italiani sono ligi alle leggi? Danno il buon esempio di giustizia e di civiltà?

Sa, gli albanesi e i marocchini sono lesti a capire che questo, per i ladri, i mascalzoni e i delinquenti, è un paradiso della manica larga. E’ quasi un miracolo che la maggior parte degli immigrati, dopotutto, lavori onestamente.

5) Confesso che personalmente sono insofferente più ai camorristi napoletani (cento omicidi l’anno) ai calabresi della ‘ndrangheta e ai pugliesi della sacra corona unita, che ai musulmani. Come ultimo europeo e «bianco» mi vergogno di loro, davanti agli stranieri immigrati.

6) Guardi anche il lettore di vergognarsi un po’ per la leggerezza con cui scrive: «Ci abbiamo messo 2000 anni per arrivare ad un minimo di civiltà e non siamo affatto disposti a ritornare indietro».

Anzitutto, la civiltà c’era già a Roma, 2500 anni fa, e per certi versi superiore: per esempio, nel fatto che gli stranieri li integrava, con severa giustizia e cordiale politica. Inoltre, non so se il lettore si è accorto, siamo già «tornati indietro».

Le manifestazioni di inciviltà italiana sono dovunque, nelle tifoserie, nelle strade, nel consumo mostruoso di coca, nelle discoteche con violentatori annessi, nell’impunità dei corrotti, nel particolarismo chiuso, nell’ignoranza auto-compiaciuta, nell’analfabetismo giovanile, e nella stessa superficialità incolta con cui si evoca «l’Europa cristiana e bianca, unita sotto la croce», quando siamo «uniti», si fa per dire, dal calcio, dalla TV e dalla secolarizzazione consumista e abortista.

Per restare civili, e diventare sempre più civili, onde aver qualcosa da insegnare agli immigrati, caro lettore, bisogna studiare, sforzarsi, mai accontentarsi di quello che già si è.

E’ questo che non facciamo. Preferendo illuderci che viviamo già in una civiltà, che invece dobbiamo ricostruire, se non costruire.

Prevedo che iI nostri figli e nipoti vivranno come minoranza etnica - analfabeti, coperti di tatuaggi, dediti a violenze microscopiche e a balli tribali di massa, e rincoglioniti da qualche droga come già sono - tra stranieri che li comanderanno e manderanno avanti la baracca, perchè avranno studiato.

Spero di essere stato chiaro e articolato. Spero di non dovermi più ripetere, perchè queste cose le dico in realtà tutti i giorni. Tutti i miei articoli, letti da troppi lettori come filo-arabi, sono intesi a restituirci il coraggio della nostra civiltà e dei suoi princìpi di giustizia universale (la cui difesa richiede coraggio, non viltà) e a suscitare l’orgoglio necessario per voler essere migliori dei musulmani, se possibile. Non a farvi illudere che siete già «nazional-cristiani» e quindi non avete bisogno di fare più nulla.

Come ho già detto molte volte, anche gli olivi sono «mediterranei», ma non perchè conoscono
Platone e l’arte alessandrina, ma perchè sono piantati quà.

La maggior parte degli «italiani» lo è come gli olivi: le loro «radici», di cui si vantano, non succhiano niente di Dante o di Machiavelli, nessun gusto per la tradizione vivente che hanno attorno, l’architettura di Roma o le antiche case contadine o il paesaggio toscano, così umanizzato e civile. Succhiano Nutella, TV-spazzatura, tifoseria teppistica.

Siamo in grado di guardarci attorno, e vedere come abbiamo ridotto anche fisicamente le nostre città e il mare? Di guardare allo specchio noi stessi, senza i pennacchi immaginari di «eredi» di una grande civiltà?

postato da geneur alle ore 18:26 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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venerdì, 23 gennaio 2009

USA: CHAVEZ, OBAMA? E' SOLO CAPO IMPERO NORDAMERICANO

Caracas, 20 gen. - (Adnkronos) - Nessuno "si e' emozioni troppo", Barack Obama e' solo il nuovo presidente alla guida "dell'impero nordamericano". Cosi' Hugo Chavez e' tornato ad attaccare il nuovo presidente statunitense, che nei giorni scorsi aveva accusato di voler come George Bush interferire negli affari interni venezuelani, pur esprimendo il "la felicita'" per la fine della presidenza Bush. "Noi siamo felici che questo presidente che ha riempito con il terrore e la violenza il mondo lasci il governo, goodbye Mr Bush - ha detto Chavez - ma oggi e' importante a livello internazionale solo perche' inzia il mandato di un nuovo presidente americano: nessuno si emozioni troppo, e' solo l'impero nord americano".

Fonte: http://iltempo.ilsole24ore.com/adnkr...I2LnhtbCI7fQ

postato da geneur alle ore 15:46 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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"Tra il grigio delle pecore si celano i lupi, vale a dire quegli esseri che non hanno dimenticato cos'è la Libertà. E non soltanto sono forti in se stessi, c'è anche il rischio, un brutto giorno, che essi trasmettano le loro qualità alla massa e che il gregge si trasformi in branco. E' questo l'incubo dei potenti..." E. J.



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